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6-4 5-7 6-2. Con questo punteggio Elena Rybakina si prende Flushing Meadows, il numero uno del mondo e il terzo Slam della carriera. Una partita che racconta tutto ciò che serve sapere su queste due tenniste: da una parte il ghiaccio, dall’altra il fuoco. E a New York, sabato sera, ha vinto il ghiaccio.
La kazaka arrivava alla finale già sapendo di diventare la nuova numero uno del ranking, qualunque cosa fosse accaduta sul cemento dell’Arthur Ashe Stadium. Ma il primato con la coppa in mano vale infinitamente di più. Rybakina lo ha capito e ha giocato di conseguenza: impassibile, precisa, devastante in risposta. Il suo servizio non era al massimo nel primo set, eppure ha trovato il modo di controllare gli scambi da fondo e di mettere Sabalenka in una posizione scomoda, quella di dover fare sempre qualcosa di più.
La bielorussa ha reagito nel secondo set, come ci si aspettava. Ha alzato il livello da fondo, ha sfruttato le incertezze di Rybakina sulla seconda di servizio e ha strappato il parziale al dodicesimo gioco. La rimonta sembrava possibile. Ma nel terzo set è tornata la Rybakina del primo: risposta profonda, Sabalenka inchiodata alla riga di fondo, errori gratuiti della campionessa uscente che si accumulavano uno dopo l’altro. Il break per il 2-1 ha di fatto chiuso la partita. Un doppio fallo sul primo match point ha riaperto per un istante il cuore a qualche speranza — poi è arrivato un ace e tutto è finito.
Per Sabalenka, che cercava il terzo US Open di fila, è una serata amara in ogni senso: perde il titolo, perde il ranking e perde contro la rivale con cui il contrasto di carattere è quasi teatrale. Rybakina non esulta quasi mai, non si dispera mai, non urla mai. Sabato sera, dopo l’ace decisivo, è comparso un mezzo sorriso. Quello è stato tutto.
Per la kazaka è il secondo Slam del 2026, dopo l’Australian Open di gennaio, e il terzo complessivo: Wimbledon 2022, Melbourne 2026, New York 2026. Una collezione che inizia a parlare da sola.
Nota curiosa: Rybakina è nata a Mosca, ha giocato per la Russia fino al 2018 e rappresenta il Kazakhstan — una storia di passaporti e federazioni che continua ad alimentare dibattiti. Qualunque sia la bandiera, il tennis parla chiaro.
Foto: Ocoudis — Wikimedia Commons, CC0



